mercoledì 15 settembre 2010

Non è certo la ricerca che noi rifiutiamo

Ciao a tutti.
Avevo pensato di raccontarvi del Sana a Bologna ma volevo prima finire il concetto iniziato nello scorso post: rifiuto degli OGM - rifiuto della ricerca. Da numerosi articoli apparsi sui quotidiani questa estate e da frammenti di conversazioni captate in spiaggia, ho notato che molti tendono ad accomunare i due concetti tacciandoci di essere retrogradi, nonostante il fatto che noi si abbia una posizione nettamente diversa e molto ragionata.



Chi è anche solo moderatamente a favore di una alimentazione biologica, oppure a chilometro zero, oppure più rispettosa dell'ambiente, o che rispetti la tipicità dei prodotti non vuole certo rifiutare (di norma) la ricerca nella sua interezza ed i progressi che ne potrebbero conseguire (in poche parole non siamo e non vogliamo essere retrogradi). Il problema è, secondo me, che si avverte il timore che questa ricerca sulle piante geneticamente modificate sia condizionata dalla volontà di accentrare produzione e vendita di sementi nelle mani di multinazionali (che non a caso detengono quasi il monopolio di queste ricerche).
Sarò anche fin troppo schietta, ma solo il fatto che una multinazionale voglia rassicurarmi sulla bontà dei loro esperimenti mi mette in agitazione...



Inoltre, chi si oppone a questa ricerca ha ottime ragioni per farlo, sia per quel che riguarda la salvaguardia dei prodotti tipici (oltre 5.000 in Italia), sia per la voglia di alimenti di qualità nel rispetto dell'ambiente, degli animali, dei produttori e, in fin dei conti, dei consumatori.
Non sono certo a favore di una globalizzazione che vuole omologare il più possibile le produzioni agricole e alimentari; vorrei una ricerca insomma che permetta di coniugare produzioni di qualità e benessere animale, biodiversificata e rispettosa dell'ambiente, buona, sana ed economicamente conveniente.
Non mi sembra di chiedere troppo.

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